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Il Sahara

STORIA DEL SAHARA

Pensando al Sahara, l'immagine che immediatamente si materializza nella nostra fantasia é, senza dubbio, quella di un immensa distesa sabbiosa, arida e bruciante. Quasi impossibile sospettare, dunque, l'esistenza di un passato "umido" del quale sussistono tuttavia alcune tracce in certe lagune, ove si trovano pesci ed anfibi, e nelle incisioni rupestri rappresentanti campagne verdeggianti.
Ciò testimonia che il Sahara in un tempo lontano, sei o settemila anni prima di Cristo, all'epoca dei cacciatori, fu coperto di savana e popolato da una fauna tropicale. Nel periodo neolitico, circa al 4° millennio, iniziò una seconda fase, contrassegnata dall'invasione di popolazioni di pastori che spinsero in queste valli enormi branchi di bovidi.   Verso il 1200 a.C. ebbe inizio una nuova era, quella del cavallo. 
Il periodo del cammello o "camelina" avrà inizio solo qualche decennio prima dell'era cristiana, quando il Sahara sta lentamente assumendo, oramai, il suo attuale aspetto.  Prima di quest'ultima fase si avevano infatti valli boscose capaci di nutrire branchi di giraffe, bufali, elefanti, struzzi e antilopi; nelle acque dei guadi vivevano ippopotami e coccodrilli. In seguito all'avanzante siccità, dovuta all'assorbimento dell'acqua da parte della superficie del Sahara in via di disseccamento, questa fauna dovette abbandonare l'Africa del Nord, come già aveva dovuto ritirarsi dall'Europa, e spingersi nelle foreste e nelle savane dell'Africa centrale.
E' questo il periodo dei Garamanti, famosi guerrieri in lotta non solo contro i neri, ma anche contro le ricche città fenice e romane e monopolizzatori di gran parte del commercio di prodotti esotici di cui Roma e Cartagine erano i principali clienti.
I Garamanti conducevano una vita seminomade, dimorando in piccole tende di cuoio, vivendo principalmente dell'allevamento di buoi e montoni.
I loro costumi erano estremamente liberi, tanto che per le donne era un vanto l'esser state amate da un gran numero di uomini e, quando un bambino raggiungeva l'età della pubertà, gli uomini si riunivano e lo dichiaravano figlio di chi più gli rassomigliava.
Il prestigio delle donne era considerevole e questa forma di matriarcato si é perpetuata presso i Tuareg. 
Cartagine fu la prima potenza mediterranea a capire che il Sahara non era solo un luogo bruciato dal sole e che i suoi abitanti non erano dei selvaggi: invece di vessarli seppe infatti farsene dei preziosi alleati per un commercio trans-sahariano regolarmente organizzato, con carovane che si spostavano tra le coste della Tripolitania e le regioni del Centro e dell'Ovest africano.
Quando la potenza di Roma sconfisse i Garamanti, questi furono ridotti all'obbedienza ed entrarono in contatto con la civiltà romana.
Con la conquista dell'Africa del Nord da parte degli imperatori di Bisanzio, i Garamanti mantennero la loro indipendenza.  Solo nel 665 a.C., con l'invasione araba e la forzata islamizzazione della popolazione autoctona, si conclude l'epoca garamantica e rifioriscono le relazioni trans-sahariane.
IL paese viene denominato Loubiya (Libia) e gli abitanti diventano Tarka, poi Targa ed infine Targui (plurale di Tuareg).
Fiero e taciturno, alto, secco e muscoloso, il Targui é molto ospitale.  Leggi tribali molto severe hanno sempre impedito ai Tuareg qualsiasi mescolanza di sangue con la gente di razza nera.
Gli uomini e le donne hanno una passione sfrenata per i gioielli e gli ornamenti personali.  Il Targui non leva mai il suo velo, blu e bianco, che gli protegge molto bene le vie respiratorie dalla sabbia del deserto e il capo dai raggi del sole.
Il Targui passa la maggior parte delle sua vita sul cammello che gli permette di vedere nel deserto e di spostarsi rapidamente.  Dalla bruna cammella ricava fino ad 8 litri di latte al giorno, la carne, la lana e, dall'urina, persino i medicinali.  Il cammello, inoltre, può trasportare carichi superiori ai 250 Kg.
E' comunque il "méhari", il cammello dal pelo chiaro, il più veloce, quello preferito dal Targui.   I Targui sono mussulmani, ma usano frequentemente il simbolo della croce, residuo forse di antiche tradizioni cristiane risalenti al periodo precedente l'invasione araba.
Nella società Tuareg, gli uomini non sono considerati superiori alle donne, le quali sono profondamente stimate e rispettate.  Sono le donne musulmane più libere: la donna Targui, dopo il parto, si separa dal marito per 40 giorni e, il giorno in cui gli sposi riprendono la vita in comune, l'uomo offre alla sua compagna abiti nuovi e gioielli, in omaggio alla sua nuova funzione di madre.
L'educazione dei bambini é interamente affidata alla madre:  Le donne sono infatti più colte degli uomini: quasi tutte sanno leggere e scrivere il Tifinach, lingua vicina all'antico libico.
Gli uomini scrivono  e parlano soprattutto l'arabo, a scapito del berbero.  Le donne, contrariamente agli uomini, sono sempre scoperte.  Le ragazze hanno il diritto di scegliere lo sposo ed, eventualmente, di ripudiare il marito.
C'é un altro aspetto particolare e rivelativo della considerazione sociale di cui gode la donna Targui: si tratta dell' "Ahal".  Questa parola indica la riunione serale organizzata dalle donne libera da ogni legame, che ha luogo quasi ogni sera, nel corso della quale si canta, si suona il violino, si improvvisano versi e poemi e alla quale partecipano i giovani dei due sessi.
Il giorno in cui un adolescente viene invitato a partecipare all' "Ahal", viene considerato un uomo.  L'Ahal é una sopravvivenza dei miti pagani che hanno resistito all'islamizzazione. 

 

LA FLORA

Le difficili condizioni atmosferiche non permettono evidentemente una vegetazione florida: la pianta sahariana é rattrappita, scarna ed espone all'aria il minimo necessario.
Le radici invece sono sviluppate in proporzioni anormali se paragonate alla parte esterna e raggiungono parecchi metri, per una vegetazione che non supera, molto spesso, i trenta o quaranta centimetri.  Le radici sono a raggiera, proprio per prendere dal suolo il massimo di umidità.
Ogni ciuffo é posto ad una certa distanza dal suo vicino, quasi che le piante rispettino la proprietà del suolo per non disputarsi inutilmente qualche molecola d'acqua.
Se fossero troppo ravvicinate, infatti, la più forte vivrebbe a scapito dell'altra, provocandone la morte.  Come per difendersi da eventuali nemici, quali il vento e gli animali, alcune specie sono rasenti, attaccate al suolo e spinose.  Ma il fenomeno dell'adattamento va ancora oltre.  La rapidità con la quale alcune specie si sviluppano é sorprendente.  Esse sono designate con il nome di "Acheb". E' una vegetazione di tipo speciale che appare dopo la pioggia; un temporale basta a far nascere in qualche giorno un grazioso tappeto di fiori.  Questa pianta sahariana, infatti, come se fosse preoccupata della conservazione della sua specie, spinge il seme a maturazione prima che l'umidità sia completamente sparita dal suolo.
Il fiore quindi cresce contemporaneamente alla clorofilla e, prima che quest'ultima abbia raggiunto il pieno sviluppo, il seme é maturo, pronto ad essere prelevato dal vento e portato sotto una pietra o nella sabbia ad aspettare che una nuova pioggia venga a sua volta a fecondarlo.         

LA FAUNA NEL SAHARA

Questa vegetazione implica, naturalmente, una vita animale ridotta.  La ricerca del cibo obbliga l'erbivoro o il carnivoro a percorrere numerosi chilometri e a stare sempre all'erta su un territorio scoperto. L'animale deve quindi possedere elevate qualità di resistenza alla sete e alla fatica, di adattamento al suolo, oltre alla capacità di mimetizzarsi per sfuggire ai suoi nemici, il principale dei quali é l'uomo.
Tutti gli animali del Sahara sono corridori, saltatori, capaci di percorrere grandi distanze o, ancor meglio, scavatori che cercano rifugio sotto terra o sotto la sabbia. L'adattamento al suolo é notevole per la gazzella e il cammello, le cui zampe sono adatte per camminare su terreni cedevoli.  Si può notare inoltre che la maggior parte dei mammiferi sahariani é di pelo chiaro, dello stesso colore del suolo.  La fauna sahariana é povera di specie: il muflone in montagna, sciacalli e volpi vivono ancora in numero esiguo sulle montagne e negli erg, mentre le fiere non hanno potuto sopravvivere, a causa della mancanza di cibo e acqua, e la iena é in via di estinzione.
Si trovano alcuni piccoli roditori e gerboe, con le zampe posteriori adatte al salto e alla corsa.  Abbondantemente rappresentato il mondo dei rettili: lucertole, scorpioni,  serpi voraci e la terribile vipera cornuta che si nasconde sotto le pietre e nella sabbia, piccole lucertole e gerboe di prima qualità.
Infine vi sono le cavallette che devastano periodicamente le colture dell'Africa del Nord, causando ingenti danni all'agricoltura.
Questi insetti provengono solitamente dal Sudan, attraversano il Sahara in gruppi compatti, per giungere nelle regioni coltivate, ove si abbattono sulle piantagioni rovinandole in poche ore.
Generalmente la loro cattura si effettua al mattino, quando questi animali non possono volare.  Un burnus é gettato sotto l'albero che viene mosso violentemente.  Le cavallette cadute vengono raccolte e trasportate al campo ove si uccidono sia gettandole nell'acqua bollente, sia cuocendole su braci ardenti. Un'altra curiosità; all'epoca romana l'elefante era ancora presente nel Sud tunisino ed ebbe un grande ruolo negli eserciti punici di Annibale.   Si dice che questi elefanti fossero di piccole dimensioni, segno certo di degenerazione e sottoalimentazione.

L'ECOSISTEMA

Lungo 5000 chilometri e largo 2000, esteso per circa 9 milioni di chilometri quadrati, il Sahara é il più grande deserto del mondo.
Esso é suddiviso tra 11 nazioni, ma solo la Libia e l'Egitto possono considerarsi stati sahariani quasi al cento per cento.
mentre i suoi confini orientali e occidentali sono ben delimitati, quelli settentrionali e meridionali sono più vaghi: qui il deserto si estingue in una fascia di transizione larga fino a 100 chilometri, dove cadono circa 15-20 centimetri di pioggia all'anno.
A nord tale fascia é compresa tra le montagne dell'Atlante (a ovest) e la costa mediterranea (a est).  A sud corrisponde invece il Sahel, sempre più minacciato dalla desertificazione, cosa ben diversa e più pericolosa dell'avanzata del deserto.
Si distinguono di solito tre tipi di superfici: hammada é il deserto roccioso, reg o serir sono le distese di ghiaia, erg sono i grandi cumoli di dune sabbiose modellate dal vento.
Benché ritenute il più tipico paesaggio sahariano, in realtà le dune si estendono solo per il 15-20 %.  Alte fino a 150-200 metri, sono orientate secondo la direzione del vento predominante nelle rispettive zone.  Le barkhane sono a mezzaluna, mobili come onde marine, ma la loro massa resta immutata.  All'interno le dune conservano acqua, e ciò consente che vi cresca vegetazione.
Il Sahara é la terra degli estremi: ha il più alto tasso di evaporazione del mondo (nel Ciad 7700 millimetri annui).  Contiene le più grandi aree del mondo soggette a siccità (2 milioni di chilometri quadrati dove a volte non piove per anni). 
Nelle zone più ventose l'umidità scende al 2,5%, un record mondiale.  
A Sebhah, in Libia, il suolo riceve radiazioni solari per una quota record di 3285 ore all'anno.  A Tamanrasset, in Algeria, sono stati misurati 84 gradi di temperatura al suolo.  I venti secchi, la radiazione solare, la scarsità delle precipitazioni, la mancanza di humus, la continua erosione, sono le ragioni dell'aridità sahariana.
Ma perché in altre zone del pianeta, alla stessa latitudine, non esistono deserti?  La risposta é nel jet stream subtropicale, una corrente di aria calda a getto che scorre ad una latitudine di 30 gradi nord e attraversa il Sahara da ovest verso est a 9000-10000 metri di altitudine e ad una velocità di 100 nodi.
E' formata dalla convergenza di correnti polari ed equatoriali e provoca alta pressione, dissipando le nubi.

 

LA MORFOLOGIA NEL SAHARA

Il Sahara, con i suoi 8 milioni di kmq, é il deserto più vasto del mondo; si estende nell'Africa Settentrionale oltre il quindicesimo grado di latitudine circa, tra l'Atlantico ed il Mar Rosso, con l'esclusione della fascia costiera mediterranea, della catena dell'Atlante e della valle del Nilo.
Dal punto di vista geologico é uno scudo, la cui altitudine é compresa tra i 300 e gli 800 metri.  La monotonia del paesaggio é interrotta da depressioni e da massicci montuosi di origine vulcanica, alcuni dei quali molto elevati come il Tibesti nel Ciad (3425 m.) e l'Hoggar in Algeria (2918 m.), le cui rocce scure, da millenni offerte all'azione erosiva dei venti, delineano un paesaggio tanto desolato quanto affascinante.
Ancora oggi l'idea più diffusa che si ha del Sahara é di una grande distesa di sabbia calda e arida.  In realtà, il deserto sabbioso (ERG), che é il risultato dell'accumulo, ad opera del vento, dei grani di roccia erosi e raccolti altrove, copre solo un quarto circa dell'estensione totale.   L'ERG é spesso caratterizzato dalla presenza di dune, basse colline dalle forme suggestive: a mezza luna (barcane), allungate con la cresta ondulata (seif), a stella.  La forma e la disposizione delle dune permettono di individuare la direzione dei venti dominanti, i quali, spostandole di continuo, le rendono inaffidabili come punti di riferimento per l'orientamento.
Il Sahara é anche ciottoloso (REG o SERIR) o roccioso (HAMADA).  I REG e gli HAMADA rappresentano ciò che resta dopo che il vento ha asportato i detriti più fini (deflazione) che continuamente vengono prodotti dai processi erosivi; questi sono dovuti alle forti escursioni termiche e all'azione abrasiva dei granuli trasportati dal vento (corrasione).
Il clima del Sahara é decisamente arido: la piovosità, pur variando da luogo a luogo, non supera normalmente il valore medio annuo di 100 mm.  Le cause più rilevanti dell'aridità sahariana sono la distribuzione delle pressioni atmosferiche, la corrente marina fredda lungo la costa atlantica e l'elevata distanza dal mare. Quando piove, e ciò avviene soprattutto d'inverno, il deserto cambia immediatamente aspetto; si formano dei grossi corsi d'acqua che, nella maggioranza dei casi, si esauriscono in bacini interni chiusi (CHOTT) senza arrivare al mare.  L'acqua scorre entro solchi (UADAN), testimonianza di una idrografia pregressa.  Le acque piovane in parte evaporano rapidamente a causa delle temperature elevate ed in parte si infiltrano nel terreno andando ad alimentare le falde acquifere di cui il Sahara é molto ricco.  La stessa acqua affiorando per vie naturali o tramite pozzi, consente agli abitanti del deserto di vivere.  Laddove il livello del terreno si abbassa fino ad incontrare la falda, l'acqua affiora in superficie consentendo lo sviluppo dell'oasi.  Le oasi sono gli unici punti del Sahara dove é possibile praticare attività agricole e creare insediamenti fissi che  a volte arrivano ad ospitare 40-50 mila persone; sono anche delle stazioni importanti per gli spostamenti lungo le piste che attraversano il deserto.
L'acqua é sempre utilizzata in modo molto razionale per ridurre al minimo gli sprechi.  A volte l'irrigazione avviene tramite i FOGGARA, canali sotterranei in gran parte vecchi di secoli, che consentono di portare l'acqua lontano dalle sorgenti evitando l'evaporazione.  La coltivazione nelle oasi fornisce una discreta varietà di prodotti: ortaggi, legumi, cereali, mandorli, olivi, agrumi, fichi, melograni e soprattutto palme da dattero.  Quest'ultimo é l'elemento più caratteristico: si fanno capanne col suo legno, palizzate antivento con le foglie, cordami con le fibre e il suo frutto é un importante nutrimento.  Spesso i contadini devono fare i conti con la sabbia che, spinta dal vento, minaccia le aree coltivate e li costringe ad un continuo lavoro di rimozione e contenimento.
Le temperature medie annue dono solitamente molto elevate: l'assenza di umidità nell'aria favorisce la penetrazione di raggi solari e ciò fa si che durante il giorno si possano superare i 50 gradi all'ombra.  L'aridità dell'aria permette altresì al calore di disperdersi rapidamente durante la notte per cui la temperatura si abbassa causando forti escursioni termiche che possono superare i 40° C.  Naturalmente l'altitudine e la latitudine influiscono sulle variazioni climatiche: in generale il calore diminuisce con il crescere di ognuno dei due fattori.
Le condizioni ambientali rendono scarsissima la vegetazione che é limitata allo sviluppo di specie fortemente specializzate (xerofile) presenti soprattutto nelle alture dove risultano attenuati gli estremi climatici.  La fauna é costituita soprattutto da rettili e invertebrati.   La parola "deserto" deriva dal latino "deserere" (abbandonare).  Questo termine é particolarmente significativo nel caso del Sahara la cui aridità é un fenomeno che risale ad alcuni migliaia di anni fa.  Ci sono molte testimonianze della presenza di gruppi di cacciatori e allevatori che in seguito furono allontanati dalla desertificazione.   Le montagne, dove le condizioni climatiche sono meno difficili, costituiscono l'ultimo rifugio di specie di animali e vegetali relitte che un tempo, insieme a molte altre, rendevano il Sahara brulicante di vita.  Sul Tassili, un altopiano nel Sud dell'Algeria, si possono osservare gli ultimi esemplari di cipresso, ormai pochi e probabilmente destinati a scomparire; fino agli inizi del secolo scorso sembra accertata la presenza addirittura di coccodrilli.  Il Tassili é stato anche una delle aree più densamente abitate dall'uomo prima della desertificazione e ne danno testimonianza migliaia di pitture rupestri che offrono un quadro vivido della vita preistorica nel Sahara.  La riproduzione di scene di caccia al bufalo, all'elefante, alla giraffa, testimonia di come la regione fosse un tempo.  Nella fascia a sud del Sahara il processo di desertificazione verso meridione é ancora oggi una realtà che interventi umani (allevamento intenso, agricoltura itinerante, deforestazione) rendono più rapido.


TURISMO NEL DESERTO

Fra tutti gli itinerari possibili per visitare il deserto Nord-Africano e quelli mediorientali, l'attraversamento del Sahara é il più affascinante e ricco di emozioni.  Le piste principali che attraversano il Sahara sono quattro, in direzione nord-sud e sono: la Bidon V, la Pista della Mauritania, la Pista della Nubia e l'Asse Centrale. quest'ultima collega Algeri a Lagos (Nigeria) ed é l'itinerario più comune.   
Si tratta di un percorso che consente al turista partendo da Algeri, e attraverso le oasi, di arrivare sino a Djanet e Tamanrasset, per poi proseguire verso il Niger o verso il Mali.   La penetrazione automobilistica del Sahara, simboleggiata oggi dalla Parigi-Dakar, vanta numerosi precedenti.  La prima traversata del Sahara lungo l'asse nord-sud fu compiuta per la prima volta nel 1920 da una spedizione militare francese. Il convoglio, composto da 23 camion, dopo aver percorso 2000 km, raggiunse Tamanrasset.  A questa ne seguirono molte altre, per lo più organizzate da case automobilistiche francesi.  Nel 1927 venne costituito il primo servizio di linea attraverso il Sahara e nello stesso anno il deserto fu attraversato da una normale auto da turismo.
Il percorso sahariano oggi é reso più agevole e sicuro, ma va sempre affrontato con la necessaria cura; a volte trascurare un particolare può, compromettere l'intero viaggio.  E' necessario fronteggiare le forti escursioni termiche con un abbigliamento adeguato, così come bisogna stare attenti, praticando le necessarie vaccinazioni, alle malattie infettive (colera, tifo ecc.) sempre insidiose nel deserto.
Il periodo migliore, per effettuare un viaggio nel Sahara, é quello comprese tra i mesi di novembre e marzo, tuttavia non pochi sostengono che é proprio durante i mesi estivi, più infuocati, che il deserto offre il miglior spettacolo di sè.  Lasciando la capitale algerina, le prime oasi che si incontrano sono quelle del Souf che sorgono su due depressioni ciottolose circondate dalle dune dell'erg.  La falda freatica é assai vicina alla superficie e ciò ha reso possibile con particolari tecniche, la creazione di una serie di oasi artificiali.  El Oued é il centro principale, la sua oasi conta mezzo milione di palme e i suoi edifici presentano una caratteristica struttura a cupola.  Particolarmente vivace é il souk della città, ricco di tappeti, gioielli e vestiario locale.
Più a sud si incontra una delle regioni più interessanti del Sahara: la pentapoli dello M'Zab, si tratta di cinque città (Ghardaia, El Atteuf, Bou Nourà, Beni Isguen e Melika), fondate nell'XI secolo dagli Ibaditi, un'ala della setta islamica Karegita che, perseguitati, si rifugiarono in questa parte del deserto.   Le città sono situate su collinette rocciose e circondate da mura con pochissimi accessi.  Nella parte più alta della città é localizzata la moschea, simbolo dell'ortodossia religiosa di queste popolazioni.  Ogni città é abbellita da superbi palmeti, inframezzati da giardini e residenze.  Tutto ciò é stato reso possibile da un faticosissimo lavoro di scavo di pozzi e dalla costruzione di un sistema di dighe.  Ghardaia é la più grande e la più recente delle città dello M'Zab.  E' addossata ad uno sperone roccioso e, nella parte più alta, svetta il minareto della moschea.  Da qui é possibile ammirare i maestosi i maestosi palmeti e giardini paragonati agli antichi giardini di Babilonia.
Beni Isguen, fra tutte le città della Pentapoli, é la più santa.  Chiusa all'interno di alte mura, vi si accede da ampi portali che tutte le sere vengono chiusi per non lasciar passare gli stranieri, anche intere zone della città sono interdette ai turisti.  Dopo un paio di centinaia di chilometri di deserto roccioso, si trova El Golea, centro importante del deserto e punto di passaggio per le altre oasi.  La città é di colore rosso come le rocce che la circondano e presenta delle porte monumentali di stile sudanese, con impalcature lignee inserite nella muratura.  Ancora più a sud inizia una delle regioni più impressionanti del deserto: l'Hoggar, che presenta innumerevoli, elevate e scure cime montuose che sbucano dalla sabbia del deserto, capaci di suscitare la meraviglia di ogni viaggiatore.  Il paesaggio é il regno della solitudine e dell'immobilità, immobilità apparente poiché da millenni il vento e l'erosione scolpiscono continuamente la roccia delle montagne.
A 200 km da Algeri, poco più a sud del tropico del Cancro, é situata l'oasi di Tamanrasset; la città. capoluogo dell'Hoggar, che sino a pochi anni fa era un minuscolo villaggio, oggi é divenuta un importante centro di smistamento e tappa mitica del turismo europeo.  Da Tamanrasset, attraversando l'altopiano dell'Assekrem, si arriva all'eremo di padre de Foucoult, il missionario francese che fu amico e profondo conoscitore dei Touaregs.  Dall'eremo si gode una delle viste più belle di tutta l?africa.  Lasciato l'Assekrem, ci si immette lungo una pista che percorrendo pianure particolarmente desolate e le maestose dune dell'Erg d'Admer, conduce all'oasi di Djanet nel Tassili n'Ajjer.  Il Tassili é una vasta pianura dove si ergono improvvise montagne, tagliate da strette gole e profonde valli.  Nel 1933 sulle pareti rocciose furono scoperti graffiti considerati oggi una delle testimonianze più importanti della preistoria, stupenda rappresentazione di quando il Sahara era un pullulare di vita.   La visita dei graffiti rupestri del Tassili é sottoposta a severe norme di protezione.


VIAGGIARE NEL SAHARA

Attraversare il Sahara oggi non presenta più le insormontabili difficoltà che caratterizzarono le prime spedizioni in questi territori difficili e climaticamente ostili.  
La presenza di lunghi tratti asfaltati, seppure fortemente dissestati per la scarsa manutenzione e per la presenza di dune mobili che invadono la carreggiata, rende più agevoli e veloci gli spostamenti, ma non bisogna dimenticare che nel deserto durante la stagione calda le ore utilizzabili per viaggiare si riducono sensibilmente.
Dunque, sveglia di buon ora, in viaggio finché il sole non comincia a "picchiare", lunga sosta "risparmia-energie", possibilmente all'ombra, é naturale, e di nuovo in marcia fino a quando le tenebre non decidono di privarci di uno spettacolo sempre affascinante.
La scelta del periodo in cui organizzare una spedizione nel Sahara deve essere molto oculata: sono da escludere, possibilmente, i mesi di giugno, luglio e agosto, per il periodo torrido e perché nei territori del Sahel (Niger, Mali, Ciad e altri paesi) le piogge rendono spesso impraticabili le piste.
Aprile e maggio sono mesi buoni ma ventosi, dicembre, gennaio e febbraio sono forse i migliori (ottima l'idea di un viaggio nel periodo Natale/Capodanno), il cielo é di un azzurro intenso, i colori sono nitidi, le stellate indimenticabili, anche se durante la notte la fortissima escursione termica suggerisce un'attrezzatura "pesante".
La scelta dell'itinerario, e conseguentemente del mezzo, dipende dall'esperienza dell'equipaggio, o almeno di parte di esso: la classica traversata fino a Tamanrasset (Tam per gli affezionati) é alla portata anche di veicoli a due ruote motrici , anche se l'asfalto é talvolta in pessime condizioni.  Il discorso diventa già più complicato lungo la Bidon V, una vecchia pista solo in parte asfaltata che dall'Algeria va in direzione di Gao, nel Mali; qualche problema di orientamento per i più inesperti, un lungo tratto senza possibilità di trovare acqua e carburante, suggeriscono di muoversi con almeno due veicoli fuoristrada e con scorte abbondanti.
Importante é disporre di cartine il più possibile dettagliate e di uno strumento satellitare, oggi indispensabile, oltre che uno specchio per segnalazioni e un telo d'alluminio per ripararsi dal sole nelle ore più calde.  Per quanto riguarda la preparazione del mezzo, é necessario verificare con attenzione la messa a punto ed evitare eccessivi appesantimenti, eliminando tutto ciò che non é strettamente indispensabile e bilanciando accuratamente il carico.
Abbondare con le taniche per il carburante e per l'acqua da bere, tenendo conto che su piste sabbiose il consumo medio può anche raddoppiare, e che una persona ha bisogno di circa tre-quattro litri d'acqua in inverno e più del doppio nella stagione calda.
Le piste vengono solitamente segnalate utilizzando rudimentali piramidi di pietre, bidoni vuoti di olio o carburante, balise costituite da pali di legno o di metallo.
La distanza tra una segnalazione e l'altra può variare da alcune centinaia di metri a vari chilometri.  Buona regola nel deserto é non abbandonare mai la pista segnata (soprattutto se non si é in due o più veicoli e non si ha dimestichezza con le principali nozioni e regole d'orientamento), prestando attenzione alle varie deviazioni e alle tracce di pneumatici.
Le piste più battute dai veicoli pesanti presentano lunghi tratti di tole ondulée; una serie di piccole cunette e ondulazioni piuttosto ravvicinate che costituiscono un'autentica maledizione per il viaggiatore sahariano, visto che sono in grado di allentare ogni bullone e di far saltare qualsiasi saldatura.
Unico rimedio, oltre al controllo quotidiano di bullonerie e affini, é tenere un'andatura abbastanza sostenuta (70/80 chilometri all'ora possono generalmente bastare), in modo da "galleggiare" sulle cunette.


IL DESERTO DEL SAHARA

Il Sahara, questo grande deserto del nostro pianeta, é certamente un luogo inospitale, severo per il clima, ostile alla vita, ma magico e ricco di fascino per chi non si accontenta di attraversarlo solamente ma desidera cogliere le emozioni che nell'arco della giornata si possono vivere continuamente.
Perché si viaggia nel Sahara o comunque in un deserto?  Molte persone, forse quelle che non hanno potuto vivere queste emozioni, non trovano risposte convincenti a questa domanda; pensano al deserto come ad un luogo monotono e piatto, dove l'uniformità del territorio e la mancanza di forme di vita, annullino ogni interesse a visitarlo viaggiando per giorni, talvolta per settimane.
Ma allora cos'é che spinge una persona a viaggiare in un luogo così poco ospitale e confortevole?   Sicuramente il motivo principale é l'assenza completa di forme di vita, quali ad esempio l'uomo che disturberebbe la quiete, il silenzio e proprio quella tranquillità che solo un luogo come questo può creare.
Attraversare in auto, in moto o a piedi un deserto é soprattutto il desiderio di ritrovare sè stessi confrontandosi con la grandezza di luoghi che sopravvivono al tempo con la forza che solo la natura può avere.  
Un luogo inospitale per il clima e per la morfologia del territorio non ha mai dato alcuna possibilità d'insediamento e quindi di modificare l'ambiente secondo i propri usi e interessi.
Ritroviamo oggi intere regioni del deserto del Sahara che per migliaia d'anni hanno vissuto solamente conoscendo agenti atmosferici differenti; e lo si può verificare nelle pareti delle gigantesche rocce con le forme più bizzarre create dal vento e dalla sabbia.
Poche persone vivono all'interno di questi deserti ed esse non lascerebbero mai la loro tenda nella sabbia per recarsi in un paese o una città tra quattro mura di una casa.
La loro vita semplice fatta di tante piccole cose, comincia con la mancanza di una variabile per noi fondamentale che é il tempo.   Essi si muovono, vivono e lavorano con un idea diversa dalla nostra: il tempo nell'arco della giornata é vissuto molto differentemente e probabilmente con la giusta considerazione ai ritmi naturali della vita.
Ma tornando al desiderio di descrivere il sentimento di chi viaggia nel Sahara perché ne é affascinato non posso che dire ciò che si può provare con assoluta certezza: la serenità, la pace e la tranquillità che solo un luogo come questo può donare.
Le notte colme di stelle, il chiarore della luna che colora con una tenue luce la cresta delle dune di sabbia aprono il cuore e regalano al viaggiatore momenti unici, indimenticabili, forse irripetibili in altre situazioni.
Viaggiare nel deserto é come navigare nel mare; é necessario rispettare l'ambiente, la natura e la forza che essa possiede.  Il desiderio più grande é quello di provare intense emozioni lasciando per qualche tempo a casa i pensieri quotidiani e cercare di riprendere ciò che si é perso ormai da tempo: la ricerca di noi stessi, dei valori della vita e della speranza di un futuro più sereno.


IL POPOLO BLU

Sono circa seicentomila, ma forse sono molti di più, disseminati in un territorio senza confini, dominato dalle dune, dai miraggi, dal vento.
I Tuareg, gli uomini blu, dal colore indaco dell'ampia tunica (la gandura) e dei veli (il litham o taguelmoust) che ricoprono i loro volti, lasciando intravedere solo gli occhi e donando riflessi bluastri al carnato, appartengono alla razza bianca, etnia berbera.
Sono divisi in Kel (tribù), che prendono il nome dalle zone tradizionalmente occupate: Kel Ahaggar, Kel Ajir, Kel Air, Kel Adrar, ogni tribù é formata da varie famiglie.
Unico capo indiscusso, sovrano assoluto dei vari clan, retti ancora da un'organizzazione di stampo patriarcale, é l'Amenokal, il capo-guerriero, il "possessore del deserto", depositario dei canti e delle leggende di questo popolo.  Fieri e sdegnosi, dal portamento regale e dall'andatura elegante, consci della propria bellezza fisica, i Tuareg hanno da sempre simboleggiato il Sahara libero e indipendente.  Perfetti conoscitori dei propri territori, all'interno dei quali si orientano con facilità sfruttando semplicemente conoscenze astronomiche ma affidandosi soprattutto all'innata sensibilità, i Tuareg anticamente vivevano commerciando schiavi, combattendo altre tribù, razziando le carovane.
La parola "Tuareg", infatti, deriva probabilmente da "tarak", che significa "assalire di notte", anche se per alcuni sembra provenire dall'arabo "targa", cioé "canale d'irrigazione, giardino".
I Tuareg possiedono un organizzazione di tipo feudale e una società suddivisa in rigide caste: Imageren o Imohar, i nobili: Imrad, i vassalli: Ineslemen, i marabutti, cioé i santoni che detengono il potere religioso: Iklan, gli schiavi neri: Iraouellan, gli ex prigionieri tuareg: Bouzou o Bella, gli schiavi liberati: Inaden, i fabbri neri o gli artigiani in genere.
I Tuareg hanno sempre rifiutato la vita sedentaria dell'agricoltore, preferendo il nomadismo consentito dall'allevamento, gli spostamenti continui con il mehari (il veloce dromedario dal pelo chiaro), gli accampamenti di tende.
molto alti, dal viso affilato e con occhi e capelli scuri, i Tuareg sono probabilmente il frutto dell'incrocio tra elementi negroidi dell'Africa centrale e australe, con popolazioni sahariane di antichissima origine.
La loro comparsa, come gruppo etnico, risale probabilmente a circa 3000 anni fa.  Anche la lingua (il Tamashek, derivato da dialetti berberi) e la scrittura (Tifinar) sono molto antichi.
L'alfabeto comprende unicamente consonanti e le parole non sono separate; possono essere scritte indifferentemente in verticale, in orizzontale, da destra a sinistra e dall'alto in basso o viceversa.
La religione, in origine di tipo animista, é stata progressivamente modificata da influssi musulmani.  Solo alcuni riti pagani hanno resistito all'islamizzazione.
Le donne tuareg possiedono un prestigio notevole all'interno delle tribù: sono infatti detentrici e sapienti custodi della cultura, delle tradizioni popolari e della scrittura Tifinar, che tramandano personalmente ai figli.  
La profonda stima e il rispetto da parte degli uomini fanno della donna targui la più libera tra le donne del mondo islamico.  L'educazione dei figli é integralmente affidata alla donna, che gode anche del privilegio, raro tra i popoli musulmani, di scegliere lo sposo, e all'occorrenza di ripudiarlo.
Da sempre legati a una vita di transumanza, scandita dal ritmo delle stagioni che regolano acqua e pascoli, i Tuareg hanno abitudini rustiche e una grande frugalità; si nutrono di latte, riso e datteri, bevono l'acqua delle esigue pozze del deserto.  Il punto di questa gente, oltre al mehari che assicura spostamenti e piccoli commerci, é la tenda.   
Diffidenti per natura nei confronti del mondo occidentale, non hanno potuto evitare tuttavia una seppur parziale contaminazione.  E oramai, innescato il processo, anche questo superbo popolo rischia di scomparire, insabbiato dal progresso più che dalle dune.
Se, lungo qualche pista sahariana, si ha la fortuna di incontrare un "vero" Tuareg, di quelli che non si sono piegati, sopravvissuto per miracolo alla nostra invasione, alla nostra violenza non soltanto subliminale, é buona norma avvicinarsi a lui con trasparenza e umiltà ma soprattutto senza malizia o secondi fini; l'iniziale diffidenza, l'apparente ostilità lasceranno lo spazio alla confidenza, e, forse, sarà l'occasione per conoscere questi uomini bevendo un tè sotto una tenda e aprendo due cuori; il nostro e il suo!

 

PAROLE DEGLI APPASSIONATI

Il deserto non si racconta, si vive. Il deserto é estremamente bello e puro, sconvolgente e magico, al tempo stesso. E' il deserto che mi ha insegnato la comunione con l'infinito misterioso.  Il deserto é il mistero del vento che scaccia le dune davanti a sé e che dà le forme più strane con le linee più pure.
Il deserto, per noi nomadi, é una passione profonda e assoluta, immagini che neppure la morte, un giorno, può avere il diritto di toglierci.  Il deserto sembra eterno a colui che lo abita e offre questa eternità all'uomo che saprà legarvisi.
Mano Dayak

Spesso il deserto é l'idea che ce ne facciamo.  Lo si sogna, lo si anela, lo si abbellisce, e un giorno lo si scopre e non si sa cosa pensare o dire. Ci intimidisce e ci costringe al silenzio. Le parole scivolano sulla sabbia.  Osservando il sole al tramonto, ci si meraviglia della finezza dei colori.  E poi si torna a sé stessi, ai propri pensieri, alla dimensione interiore.  Ma il deserto ha senso solo se ci si prende il tempo per starci.  In caso contrario non si dà, non regala niente. Resta una cartolina, l'immagine di un ricordo che inquieta.
Tahar Ben Jelloun

E poiché il deserto non offre alcuna ricchezza tangibile, poiché non c'é niente da vedere né da sentire nel deserto, e poiché la vita interiore, lungi dall'addormentarsi, si rafforza, si é costretti a riconoscere che l'uomo é animato prima di tutto da sollecitazioni invisibili.  Nel deserto, io valgo ciò che valgono le mie divinità.
Antoine de Saint-Exupery

Il deserto non é deludente, neppure qui, su questo limitare, dove comincia appena.  La sua immensità sovrasta tutto, ingrandisce tutto e, in sua presenza, la meschinità degli esseri si dimentica.
Pierre Loti

Tuttavia abbiamo amato il deserto.  All'inizio sembra fatto di nient'altro che vuoto e silenzio; ma solo perché non si dà ad amanti di un solo giorno.
Se per esso non rinunciamo al resto del mondo, se non entriamo a far parte delle sue tradizioni, delle sue rivalità, nulla sapremo della patria che esso costituisce per alcuni.
Antoine de Saint-Exupery

In questo deserto immenso, sotto questo cielo vibrante, mi sembra che l'anima si concentri, e per un istante con forza, mi sento lontana da tutto, separata da tutto ciò che sono, e come arrivata al culmine di me stesso.
Ella Maillart

Quello che cercavo, attraverso le prove che l'esplorazione dei deserti impone e a contatto con i popoli che li abitano, era la pace dell'anima.
Wilfred Thesiger


 

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